Ne La morte della patria Ernesto Galli della Loggia racconta il dramma di chi, dopo l’8 settembre 1943, vede annientata l’idea di patria: “Il bluff è finito –questa la citazione di Salvemini con cui Galli inizia il suo lavoro- l’Italia non è più che una sfera d’influenza inglese”. Ma l’Italia era stata qualcosa di diverso da quando, nel 1861, aveva visto la sua unificazione politica?
La persecuzione anticattolica, sempre negata ma scritta a caratteri d’oro nei fatti, nella cultura e nei discorsi degli eroi del Risorgimento, non è equivalsa alla consegna chiavi in mano dell’unicità della nostra nazione alle potenze egemoniche di allora? Questo percorso, questo “bluff”, poco glorioso in verità, giunge al capolinea per ben due volte: all’indomani della prima guerra mondiale e con la tragedia dell’8 settembre. Se, con Mussolini, finisce il periodo del totalitarismo liberale, con la caduta di Mussolini finisce semplicemente l’idea di patria, così come era stata forgiata dal nazionalismo massonico ottocentesco.
Non finisce però per nulla la nazione italiana. Quella nazione la cui identità è sempre stata profondamente segnata dalla presenza, dall’influenza e dalla forza del papato. Badoglio e Vittorio Emanuele III fuggono in cerca di una personale salvezza? Il papa resta e difende Roma e l’Italia. E’ stata appena divulgata una lettera indirizzata da Pio XII a Roosevelt il 30 agosto del 1943, qualche giorno prima della resa incondizionata delle istituzioni italiane che avrebbe lasciato libero il campo alle rappresaglie naziste ed ai bombardamenti alleati. Il papa fotografa il dramma dell’Italia: “l’Italia è completamente incatenata, senza i mezzi necessari per difendersi”. L’Italia non è libera “di seguire la politica di sua scelta” e se in queste circostanze fosse “ancora obbligata a sopportare i colpi devastanti contro i quali è praticamente indifesa, Noi ci auguriamo e preghiamo affinché i capi militari facciano il possibile per risparmiare i civili innocenti e in particolar modo le chiese e le istituzioni religiose, dalle devastazioni della guerra”.
Unica autorità che si erge a difesa della popolazione e che, con la sua presenza a San Lorenzo nell’immediatezza dei bombardamenti, incute coraggio e speranza nel popolo romano, Pio XII aveva anche cercato di scongiurare l’entrata in guerra del nostro paese in una lettera inviata a Mussolini il 24 aprile 1940. In quell’occasione il Papa si era appellato al Duce perché fossero “risparmiati all’Europa […] ed in particolar modo sia risparmiato al Nostro e al tuo diletto Paese una così grave calamità”. Invano. Come vani erano stati i tentativi di Benedetto XV di accelerare la fine “dell’inutile strage” voluta anche allora dal Re e da una nutrita lobby industriale ed ideologica, appassionatamente anticattolica. Con la maggioranza del paese contraria all’ingresso in guerra, come contrario era il Parlamento, il 26 aprile 1915 il governo italiano aveva firmato in segreto il Patto di Londra, in cui si premurava, fra l’altro, di sancire l’esclusione della Santa Sede da “qualsiasi iniziativa diplomatica, concernente una conferenza di pace”.
La cultura italiana (e l’élite politica) si è accorta del ruolo svolto dai pontefici in difesa della nazione? No. Da centocinquanta anni va avanti così. Se la Democrazia Cristiana è stata capace di rimettere in piedi l’Italia e darle, perlomeno nel primo decennio, un grande slancio vitale, la DC non ha nemmeno provato a scalfire il monopolio della propaganda liberale sulla formazione dello stato nazionale. Sarebbe ora di farlo perché rifiutarsi di riconoscere l’importanza del cattolicesimo in Italia ed ignorare il ruolo che il pontificato ha svolto nella nostra nazione equivale, oltre che ad un falso storico, ad un suicidio sociale, politico e culturale.